A Milano esisteva un luogo unico in Italia, un rifugio per i gay che concepiscono l’omosessualità come qualcosa in più rispetto al sesso. Non che il sesso fosse argomento tabù, ma l’idea era quella di andare oltre. Ne ho parlato tante volte con Gianni, storico e mitico (in senso lato e in senso stretto) proprietario. Entrambi ci siamo sempre trovati d’accordo sul fatto che la stessa comunità gay italiana non avesse mai promosso attività culturali, ma sempre e solo momenti “ricreativi” troppo spesso politicizzati. Ne erano efficace testimonianza gli orari di apertura dei vari locali: tutti aprivano sempre e solo di sera o nelle ore notturne, ed anche quei centri che ambivano ad un’offerta più culturale di fatto non organizzavano nulla ma si attivavano sempre e comunque di notte. Ma si è gay 24 ore su 24, mica solo col buio! Su questo abbiamo scherzato più volte, felici entrambi che la libreria fosse una realtà “normale”, che non si era autoghettizzata, un posto aperto di giorno, dove leggere qualcosa, trovare libri e giornali, visitare le mostre nella galleria d’arte interna, seguire le conferenze non necessariamente a tematica gay e naturalmente fare due chiacchiere con Gianni.
Una buona fetta dei giovani omosessuali italiani ha trovato proprio in lui un riferimento rassicurante. Lui stesso raccontava di questi ragazzi timidi e spaventati, provenienti spesso da piccole città e paesini sperduti, che entravano in libreria come in una trincea, si voltavano cauti per vedere se qualcuno li notava, si avvicinavano timorosi agli scaffali e chiedevano terrorizzati un titolo gay. Gianni era professionale e cordialissimo, una sorta di vecchio saggio con il dono di mettere a proprio agio anche il più spaventato degli omosessuali. E i clienti uscivano dal negozio con una serenità inaspettata e un buon libro in tasca.
Conosco diversi miei coetanei che hanno approfittato del primo anno di università per cercare e capire, per conoscersi lontani dalle minacce tra cui sono cresciuti in provincia. Tutti hanno iniziato dalla libreria, dal suo essere luogo rassicurante e comune, dai libri. Perché, da che mondo è mondo, se uno ha bisogno di conoscere qualcosa non può che partire dal libro, dalla storia e dalla cultura. Sugli scaffali si trovava tutto quello che poteva servire: testi di approfondimento sull’olocausto, romanzi, opere di autori gay, saggi sull’omosessualità nella letteratura nel cinema e nell’arte, inchieste, interviste, riviste italiane e straniere, poesie tradotte e in lingua, testi italiani e stranieri, documenti di denuncia sulla chiesa e sui suoi misfatti, ma anche romanzi comici, fumetti, libri di cucina, libri d’arte, manuali di giardinaggio, agende, film, documentari, dvd di ogni tipo. Persino supporti didattici rivolti agli insegnanti che hanno un ragazzo omosessuale in classe, o a genitori che scoprono di avere un figlio gay. L’offerta era ricchissima e andava dagli immancabili testi che hanno fatto la storia dell’omosessualità e delle persecuzioni alle opere d’attualità, dai classici agli esordienti.
Tutti ci sono tornati, considerando Gianni quasi un amico, ingenuamente emozionati per quell’incontro con un altro “come te”, un gay in carne ed ossa: molti di loro mi hanno confessato che non ne avevano mai incontrato uno e si sentivano dei piccoli alieni sacrificali e isolati. Lì hanno trovato i libri che cercavano, tanti gay con cui dialogare e confrontarsi pagina dopo pagina, e hanno visto un adulto felice che, cosa fondamentale, era sopravvissuto a discriminazioni e aggressioni ben peggiori di quelle che loro avevano subito a scuola e in famiglia. Un uomo di mezza età regolarmente sposato con un altro uomo. Una speranza che ti sorride quando torni nella piccola realtà di provincia nascondendo i romanzi di Oscar Wilde nella cartella. Il sogno era: “vorrei diventare più o meno come lui, ma soprattutto vorrei tanto avere la sua serenità e la sua consapevolezza”.
Gianni era straordinario, di vivissima intelligenza e spiccata personalità, non temeva di dire quello che pensava anche a costo di infrangere le convenzioni assurde dell’associazionismo glbt. Era una persona calma e tranquilla con cui si poteva parlare, un uomo lontanissimo dall’ideologia e dal fanatismo ignorante, ma assolutamente granitico e fermo difensore di se stesso e della dignità omosessuale. Era abituato alle battaglie ma non era incline alla guerra.
Quando ci siamo conosciuti eravamo alla cassa. Io frequentavo il negozio da tempo, ma in genere non socializzo nelle librerie e non vedevo il motivo di cambiare le mie abitudini solo perché ero in una libreria gay. Cercavo un bel romanzo a tematica trans – che poi ho scoperto non essere mai stato scritto – e non trovandolo ho chiesto a lui. Mi ha consigliato uno dei più brutti testi lesbici che io abbia mai letto, ma lo custodisco gelosamente perché è il mio primo ricordo con Gianni. Quando ho pagato mi sono lamentata del fatto che fosse una storia lesbica e non trans, e lui sorridendo mi disse che piaceva molto alle lesbiche ed era la pietra miliare della loro letteratura, quindi era comprensibile che non mi interessasse. Lo guardai stupita: anche lui mi aveva preso per etero!!! Mi misi a ridere e gli dissi che ero lesbica. Lui mi guardò ancora più stupito e mi disse con il primo sorriso complice: “sono un esperto, in tutta la mia vita non ho mai sbagliato”. Ma con me aveva sbagliato come tutti i comuni mortali. Risate e inizio di un vero e proprio terzo grado durante il quale Gianni iniziò a conoscermi. Alla fine dell’interrogatorio, reazione entusiasta: “ma che meraviglia, una lesbica così femminile! Io mica l’avevo capito che eri gay! Che meraviglia, una rarità! Ma dimmi, perché non vi si vede mai, dove vi nascondete di solito?”. Mia risposta: “le altre non so, io sono più che altro in casa a studiare…”
Da allora le nostre chiacchierate diventarono un’abitudine, e spesso passavo dalla libreria solo per salutarlo o raccontagli qualcosa su cui volevo il suo parere di vecchio saggio (spero che non si offenda per tutti questi “vecchio”!)
Quando Gianni ha venduto la libreria – ad una persona che io ho sempre reputato inadeguata per continuare l’attività – avevo deciso di non frequentarla più, non vi era più motivo. Poi ci sono andata comunque un paio di volte ma è stato orribile: tutto era cambiato, sesso ovunque, solo sesso, basta cultura, basta persone, solo cazzi, addirittura produzione di film porno. La libreria non aveva più la sua atmosfera unica e il solo argomento alternativo al sesso erano bassi pettegolezzi da comari. Ero disgustata: la Babele era morta. Poco dopo è morto anche Gianni.
Per me e per il mondo omosessuale italiano – anche e soprattutto per quel 99% dei gay che non frequenta locali né associazioni ma trovava nella Babele ciò che cercava - era finita un’epoca, una straordinaria stagione che sono onorata di aver conosciuto, tanto quanto sono felice di aver conosciuto Gianni. Anche Milano ha perso qualcosa di unico, ma non credo che ne sia consapevole.
Da allora non mi sono più interessata della libreria, anche a causa di certi comportamenti e atteggiamenti dei nuovi gestori, poco apprezzati da moltissimi frequentatori che infatti hanno smesso di essere frequentatori. Ho saputo dai giornali che la Babele è stata oggetto di un vergognoso attacco neonazista e di gravi episodi di discriminazione, poi più nulla. Solo in questi giorni ho scoperto che la storia di questa storica e significativa libreria è finita bruscamente la scorsa estate, quando senza preavviso ha chiuso i battenti. Non voglio fare come quelle vecchie e acide zie che, di fronte alla catastrofe che preannunciavano da tempo, ripetono “io l’avevo detto!”, quindi mi limito ad esprimere una grande tristezza. È l’ennesima sconfitta di un certo mondo gay italiano e sarebbe un enorme dispiacere per Gianni, che in anni di cordialità e fermo intento culturale ha saputo creare l’unico vero riferimento per tutti quelli che non considerano l’omosessualità un sinonimo del sesso gay.